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riflessione a cura di don Marcello "degno di me" 2-7-2017

riflessione sul vangelo della settimana

Cari amici  e amiche il Vangelo ci presenta  in questa domenica   13 del tempo ordinario,  la chiusura del discorso missionario del capitolo 10 di Matteo. La prima consegna che Gesù passa ai suoi è dura da comprendere : Chi ama il padre, la madre, il figlio o la figlia più di me, non è degno di me.  Significa forse che i discepoli debbono sminuire il valore dei legami familiari o addirittura rinunciarvi? La vita pratica attuata dalle prime comunità cristiane ci testimonia che la Chiesa non ha compreso così la raccomandazione di Gesù. Anzi, proprio in una comunità in cui i legami familiari venivano sentiti come un grandissimo valore, la cosa più preziosa, diventa chiara la similitudine usata da Gesù.

 

Gli affetti familiari sono infatti usati come il simbolo di quanto l'uomo possiede di più prezioso. Ma per un vero discepolo non ci può essere una cosa più preziosa che seguire il suo Maestro. Gesù, come i rabbini del tempo, insegnava con formule ed espressioni semplici ed emotivamente forti, facili da ricordare e da comunicare, nelle quali era necessario un uso frequente dell'esagerazione e dell'iperbole. Matteo ha messo queste frasi entro il "discorso missionario" di Gesù, quasi a sottolineare che una chiesa missionaria deve ricordare il radicalismo di Gesù. Nel suo annuncio al mondo la chiesa non deve avere timore di fare una proposta forte ed esigente, allo stesso modo del Maestro. Nel nostro mondo contemporaneo la ricerca dell'attenzione a poco prezzo, dell'audience a tutti i costi, porta a solleticare la pigrizia delle persone. Tanti promettono il tutto e subito e senza fatica. Ma un annuncio di questo tipo non può essere evangelico. È infatti un annuncio che manca di fiducia e di stima nei confronti di quanti lo ricevono, è un annuncio che tratta gli ascoltatori da deboli e da bambini e che soprattutto non crede nella possibilità divina di rendere forti i deboli e grandi i piccoli ed umili.

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