V Domenica di Pasqua

 
 
 L’attesa è ormai frenetica. Almeno per uno dei due. Arriverà o non arriverà? Chi? Quando?
Parliamo di un’auto. Non vi sveliamo modello e colore.
Quest’attesa è leggera e si inserisce spontaneamente dentro ai discorsi seri e alla visione di video
divertenti, mentre condividiamo un pasto.
Tra le tante regole del codice stradale, ce ne sono tre da memorizzare:
guardare lo specchietto retrovisore, dare la precedenza, e, ovviamente, guardare avanti.
Lo specchietto. È importante osservare ciò che arriva da dietro, non solo per evitare lo
scontro. Questo sguardo ci ricorda che io, tu, noi, il nostro presente, la nostra storia arriva da un
passato. Molto di questo tempo vissuto è da ‘tesorizzare’, chiede un investimento. Ma con
un’attenzione perché, ci suggerisce la Bibbia, “le cose di prima sono passate, ne sono nate di nuove”. La
realtà che stai guardando allo specchietto non ti deve trattenere troppo. Lo specchietto retrovisore
è sempre più piccolo rispetto al parabrezza che ti sta di fronte. Sì, più piccolo perché non può
disturbare mentre guardi la strada, perché il passato non può mangiarsi il presente.
Senza alcun dubbio ciò che abbiamo vissuto in questi ultimi mesi ha provocato una frattura. Ogni
frattura produce una piccola morte; ogni strappo nel tessuto apre un passaggio nuovo.
Come ritrovare il ‘prima’ tenendo conto della frattura avvenuta?
Forse ci è sfuggito. Dal giorno di Pasqua abbiamo aperto il libro degli ‘Atti degli apostoli”. Il racconto
di una comunità cristiana nascente, il racconto dell’impossibilità di recuperare il prima.
Si legge in questa domenica: “non è giusto che noi lasciamo da parte la Parola di Dio per servire le mense
(dei poveri)”. Apostoli inquieti vogliono recuperare le prassi di prima. Lo faranno ma non come prima.
E aggiungono: “dunque cercate tra voi sette persone, di buona reputazione, ai quali daremo questo incarico”.
Quando si diventa qualcosa di diverso, quando si ha un’idea nuova, un nuovo pensiero, un sentimento emergente…qualcosa di noi muore e qualcosa di nuovo nasce.
Scrive Rossana Virgili: «Di ogni cosa, ci accorgiamo già, non resterà la forma e le “strutture” attuali.
Il lavoro non sarà più lo stesso e anche le relazioni umane muteranno. Anche la Chiesa cambierà, certamente. Ogni “diluvio” è fonte di trasformazione. Così come di purificazione, di correzione, di rinnovamento…Non credo che sarà più possibile separare le Chiese dalle case o contrapporre il clero ai laici ma solo con–iugarli nell’opera nuova. Non credo che sarà più possibile che solo alcuni abbiano la facoltà di pensare e di decidere e a tutti gli altri spetti di eseguire».
Coniugare ha a che fare con il giogo (cum -iugo). Nella tradizione agricola, il giogo è una trave di legno sagomata, posta sul collo di uno o due buoi, per poter trainare l’aratro o un carro. Inoltre,
questo strumento costringeva gli animali a non andare fuori rotta. La vita non ci ha solo chiamati a portare lo stesso peso, a trainare fardelli ma a dirci che c’è un vincolo: ci apparteniamo e insieme dobbiamo cercare una direzione.
Vale per la sanità, per il lavoro, per la vita sociale; vale per l’ampia gamma delle relazioni; vale per le nostre parrocchie. Questo tempo ci ‘costringe’, stringe insieme, ci lega. Ci ha obbligati al riavvicinamento (anche se distanti) per trovare senso e direzione. Almeno per chi lo desidera e lo vuole.
La precedenza. Chi si mette in auto sa che la deve dare. Non è un atto gentile, un atto di bontà. Appartiene al mondo delle regole consegnateci per saper vivere civilmente. Dare precedenza
chiede di cedere il passo, far passare. Ti rende consapevole che c’è sempre un altro da rispettare, un altro a cui dare attenzione. Ci arriva un suggerimento: bisogna sapersi aspettare a vicenda.
Il motivo? Siamo stati nella stessa barca, un’epidemia ha avvolto e coinvolto tutti.
Sapersi aspettare. Ce lo insegna il vangelo. Vi ricordate dei due nel giorno di Pasqua? Pietro e l’altro discepolo, probabilmente Giovanni. Quest’ultimo, arrivato per primo al sepolcro, aspetta Pietro, il più affaticato e lento. Arrivato, entra. L’altro discepolo non solo aspetta, non solo ricompone la fraternità (erano due), ma dà la precedenza.
Una domanda da farsi: a chi, a che cosa darò precedenza? Sicuramente qualcosa sarà lasciato indietro; qualcos’altro sarà davanti al parabrezza e segnerà il passo, il ritmo, la strada.
Guardare avanti. “Guarda la strada!”; lo dice ancora papà quando, in auto, si siede a destra e coglie segni di distrazione.
Il termine che più spesso sentiamo ripetere in questi giorni è che dobbiamo “ripartire”. Certamente, ma per andare dove? Tornare dove eravamo è impossibile e quindi: quale strada?
Pare di sentire Tommaso, nel vangelo di oggi, abituato ad andare fino in fondo nelle questioni importanti. Lui e i suoi amici sono scioccati dopo aver assistito alla scena di un tradimento mentre cenavano; confusi anche da quel “ancora un poco sono con voi ma non mi potete seguire”. Gesù se ne
accorge: “non sia turbato il vostro cuore”. E poi aggiunge: “io sono la strada”, dopo aver detto, la scorsa domenica, “io sono la porta”. “E se quindi deve essere strada ci deve stare chi ci cammina”, canta Francesco De Gregori. Agli inizi i cristiani venivano chiamati “quelli della strada”. Il film sulla vita di Gesù, avrebbe potuto intitolarsi La strada. Per questa sua passione egli può diventare la nostra passione, la via su cui camminare. Siamo vivi se siamo in cammino. E il viaggio più bello, l’avventura più esaltante è sempre più in là, sempre più avanti!
Guardare avanti significa, soprattutto oggi, andare in profondità. Prima di ripartire occorre che ci chiediamo che cosa abbiamo imparato. Facciamolo subito in famiglia o con una persona amica.
Prima di uscire definitivamente.

Buona domenica!

don Giovanni e don Pierclaudio

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