IV Domenica di Pasqua

 
Un caro saluto a te, in un giorno speciale che si apre alla gratitudine!
“Com’è andata in questi due ultimi mesi?”. Inizia con una domanda il dialogo, in una serie tv su Netflix, tra uno psicoterapeuta e il giovane Jonas, segnato da un trauma doloroso, mentre stanno camminando in un bosco.
Due mesi, più o meno, è il tempo in cui tutti, veramente tutti, ci troviamo coinvolti nello stesso evento, con variabili personali e familiari. Come l’abbiamo vissuto?
Il monte ha almeno due versanti, il fiume due rive, la moneta ha due facce.
C’è IL punto di vista e poi ce n’è UN altro.
IL è spesso monotematico, categorico, a volte comprensibilmente provato e addolorato.
UN invece è…cospiratore. Cospirazione, una bella parola dalle origini dimenticate. Cospirare,ovvero co-inspirare, respirare con qualcuno, insieme. Cospiratori sono gli studenti e il prof, protagonisti del film “l’attimo fuggente”. Cospiratori siamo noi perché abbiamo imparato a respirare insieme proprio quando, per molta gente, il respiro è venuto meno.
IL dice: “non ci voleva il virus”. Conosciamo bene la sua lista nera che viene spesso aggiornata.
UN è più silenzioso e lascia che siano due donne a parlare; appaiono come i due angeli all’imbocco del sepolcro nel mattino di Pasqua: “Ci dovevamo fermare” e sono le parole di Mariangela Gualtieri.
“Perle sulla punta degli spini, perle sulla punta degli spini” e appartengono ad Adriana Zarri. Quando le pronuncia al termine di un lungo monologo, Lella Costa, bravissima attrice di teatro, ha lavoce che rallenta e si incrina, commuovendosi.
Spini e perle. “Stare sulle spine” è la postura acquisita da moltissime persone.
Ma possiamo mettere perle sulla punta degli spini? Lo possiamo perché abbiamo acconsentito.
Acconsentire è un altro bellissimo verbo: significa sentire insieme la realtà, concedere l’ingresso di qualcosa o di qualcuno perché diventerà parte della nostra vita.
Abbiamo acconsentito alla permanenza del virus, non senza paura e disorientamento.
E, inconsapevolmente, si è portato dietro una serie di piccole e grandi novità, una lunga fila.
Proviamo a ripercorrerla. Insieme.
Ci volevano questi due mesi per assaporare la mancanza. Mancarsi è già un appartenersi.
Ci volevano per farci accorgere del sorriso dentro le case e dietro le mascherine.
Ci volevano per scoprire che essenziale non fa a pugni con infelice, piuttosto con capriccioso.
Ci volevano per toccare con mano una forza interiore che ha retto questo peso.
Ci volevano per farci aprire gli occhi su certi legami: rivalutare persone che non avremmo mai pensato di sentire e capire chi ha il telefono guasto che può solo ricevere.
Ci volevano per farci capire l’importanza di un bacio, di un abbraccio, di una stretta di mano, di un caffè.
Ci volevano per farci accorgere come siamo asfissianti con le nostre pretese e le nostre lamentele, mentre anche solo un metro di distanza svela la preziosità di chi ti è “accanto”.
Ci volevano per farci vedere lo sgretolamento di tante cose che eravamo convinti essere indispensabili e invece siamo riusciti a farne a meno.
Ci volevano per farci capire il dono della solidarietà quotidiana a misura di un pianerottolo, della porta accanto, della telefonata.
Ci volevano per saper interpretare i segnali della paura e imparare a diventare liberi.
Ci volevano per farci risentire la sensibilità al dolore ma a quello degli altri.
Ci volevano per farci capire che è bello stare in tuta, che si lavora per vivere e non si vive per lavorare.
Ci volevano per sentirci dire da papa Francesco: ”siamo tutti sulla stessa barca”; una barca fragile e instabile ma che ci fa restare umani.
Ci volevano per permettere alla natura di riprendersi il suo sorriso: le acque e il cielo sono ritornati più limpidi, il canto degli uccelli meno pauroso, i fili d’erba e i fiori hanno vinto l’asfalto.
Ci volevano per riprendere in mano un libro, uno strumento musicale, una piccola passione piuttosto che andare al centro commerciale.
Ci volevano per conoscere che ci sono i morti che qualcuno piange e quelli che nessuno piange.
Ci volevano per riascoltare “sogna, ragazzo sogna” di Vecchioni e “credere che la vita è così forte che attraversa i muri per farsi vedere”.
Ci volevano per buttar fuori un ‘grazie’ così difficile da pronunciare.
Ci volevano per capire che è bene lavarsi spesso le mani ma anche informarsi senza esagerare.
Ci volevano per restare seduti attorno ad una tavola e condividere parole mai pronunciate prima.
Ci volevano per vivere nelle nostre case quello che di solito si fa in chiesa e costruire angoli belli.
Ci volevano per riconoscere Gesù di Nazaret, il sogno più grande di Dio trasformato in un corpo. Egli fa parlare il punto di vista del Padre con un altro punto di vista: il nostro.
Nel vangelo odierno afferma di essere una porta: porta aperta all’incontro, collegamento tra il fuori e il dentro di questi giorni; breccia nei muri, accesso alla parte più intima di noi.
È anche un pastore. Lo abbiamo sempre definito ‘buono’, buon pastore. Ma è soprattutto bello.
Bello perché amico e sorridente.
È bello da vedere, bello da incontrare, bello da avvicinare, bello da seguire…bello da morire!

Buona domenica.
 
Don Giovanni e don Pierclaudio

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