SENTINELLA, QUANTO MANCA AL GIORNO?

Due immagini. La prima. “Quanto manca ancora?”. La piccina è davanti alla tv mentre guarda un cartoon, non annoiata ma è pensierosa. La mamma: “quanto manca…che cosa?”. “Non capisci?” reagisce la bimba. Silenzio. E la mamma capisce, ma non ha una risposta. La seconda: «Sentinella, quanto resta della notte?» (Is 21,11). In una notte silenziosa, il profeta Isaia coglie questa voce, rabbiosa o animata dalla fede, rivolta ad una vedetta. La voce della sentinella quasi fosse la voce stessa di Dio risponde: “alla notte segue sempre il mattino, ma io veglio sempre, perciò insistete, ridomandate, tornate ancora, ogni volta che lo vorrete, non vi stancate…”. Isaia fa capire che la risposta sta proprio nel continuare a sentire quella voce, fino a quando domanda e risposta divengono tutt’uno. Quanto ancora? Per quanto tempo resteremo chiusi dentro l’emergenza, quanto tempo ci vorrà per uscirne? “Uffa! Non ce la faccio più. Non è giusto!”. Diamo i primi segni di cedimento. Come uscirne? Simone Cristicchi interpella la natura e canta: Lo chiederemo agli alberi/Come restare immobili/ Fra temporali e fulmini/Invincibili Risponderanno gli alberi/Che le radici sono qui/E i loro rami danzano/All'unisono verso un cielo blu Se d'autunno le foglie cadono/E d'inverno i germogli gelano/Come sempre, la primavera arriverà Se un dolore ti sembra inutile/E non riesci a fermar le lacrime/ Già domani un bacio di sole le asciugherà. La natura, bistrattata, è esperta del ricominciare. “Quanto ancora?” Ancora. Un avverbio di tempo che ci dice la fatica di stare dentro una situazione duratura, che non ti dà un termine, che ti fa stare sospeso/a. Quanto ancora? E non c’è termine, non si atterra più sulla pista di un prima (normale?). Non c’è orizzonte sicuro su cui attraccare lo sguardo e poi il corpo. Ma c’è anche il rovescio. “Ancora, ancora”. Sono i bimbi i quali, seppur chiusi in casa, ti chiedono di giocare fino allo sfinimento. ‘Ancora’ (con l’accento sulla “o”) è soprattutto un incoraggiamento a non desistere, a non subire il rischio di mollare, a non girare lo sguardo da un’altra parte. ‘Ancora’ è un moto interiore, è la gioia di godere di tutto ciò che ti sta nutrendo in questi giorni. Ancora: questo silenzio abitato e non solo rumoroso; la ricerca di una parola pensata e poi offerta all’altro; la parola di Dio, e ne basta poca, che ti nutre; una vicinanza sincera anche se a distanza; la possibilità di ascoltare e accompagnare la solitudine di qualcuno; la risata mentre sei dall’altra parte del telefono; la pasta fatta in casa; la lettura di un libro dimenticato. Ancora: per non abituarci al metro di distanza, all’astensione dagli abbracci. Un abbraccio lo mandiamo a don Antonio Bortoli. Due notti fa ha lasciato questa terra, a 89 anni. E’ il parroco di uno di noi due (don Giovanni). Nel 1979, guarda negli occhi il ragazzino e vede qualcosa e lo invita ad entrate in seminario. Lo spinge a seguire questo Dio perché lo conosceva: «A questo Dio noi non temiamo di chiedere aiuto nelle tristezze della nostra vita: a questo Dio che vive dentro la nostra esperienza non esitiamo di confessare la nostra fragilità e di confidare i nostri problemi. A questo Dio della speranza, della gioia, dell’accoglienza e dell’amicizia si apre la nostra fede... È il Dio che non si infastidisce se per anni gli passi accanto senza badare alla sua presenza. Egli sa attendere il tuo interesse per lui, la tua curiosità, la tua fame di verità e di giustizia, il tuo bisogno di amicizia e di amore». E’ il tempo della porta stretta, della strettoia. Cosa ti rimarrà in mano dopo averla attraversata? Quello che troverai saranno le uniche cose che contano per vivere! Un saluto caro e buona domenica! Don Giovanni e don Pierclaudio

 

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