VI Domenica di Pasqua

 
 

Un caro saluto a te!
Sicurezza. Una parola che va per la maggiore. Scaturisce dalla paura e da un bisogno impellente di difendersi da possibili aggressioni e di dare protezione.
Mettere in sicurezza è una responsabilità e diventa emergenza: una strada, un edificio, un ponte.
Nel nostro mondo forte un virus ha fatto centro evidenziando la nostra vulnerabilità.
Subito si è cercato di mettere in sicurezza il contagiato, il sano e il guarito. Prima la salute. Fase 1.
Poi l’economia, il lavoro e il lavoratore, lo studente e l’insegnante, le relazioni di ogni tipo, anche la fede. Risultato? Siamo un po’ tutti dei frustrati. Cerchiamo affannosamente i responsabili, i nemici, i capri espiatori e lo facciamo con rabbia, aggressività, violenza. Tutto questo magma emerge nelle velocissime conversazioni sulla strada e proseguono in famiglia; è in bocca a politici e responsabili della cosa pubblica, nei dibattiti televisivi e sui social. Fase 2.
Messi in sicurezza. “Non vi lascerò orfani, verrò da voi” dice Gesù. Ancora una volta ci legge dentro e va a contattare ciò che ci manca. Essere orfani significa essere privi di un riferimento che ci mantiene in vita. Interessante che in latino si dica ‘orbus’, privo. L’orbo è uno senza occhio. Gesù viene perché ci manca uno sguardo completo, panoramico; siamo ‘orbi’, incapaci di vedere, incompleti. Ciò che spinge Gesù verso di noi appartiene ad un racconto conosciuto: egli cerca spazi nel cuore per allargarlo, trasformarlo e vi trova gioia nel presentarsi in questo modo. Nella canzone “una buona idea”, Niccolò Fabi sceglie bene le parole per raccontare la storia di noi orfani: “Sono un orfano di acqua e di cielo/ Orfano di origine e di storia e di una chiara traiettoria/ Sono orfano di valide occasioni/ Di cibo sano e sane discussioni/ Delle storie degli anziani, cordoni ombelicali / Orfano di tempo e silenzio/ Di uno slancio che ci porti verso l'alto/ Di una cometa da seguire, un maestro d'ascoltare / Di ogni mia giornata che è passata / Vissuta, buttata e mai restituita/ Orfano della morte e quindi della vita”. E poi ripete più volte il ritornello: “Mi basterebbe essere padre di una buona idea!”. Quant’è bello questo colpo di reni: non più sconsolati, né arresi ma generativi.
Messo in sicurezza. Chi? Anche Dio stesso! È la nostra piccola responsabilità, un atto dovuto qualora, di lui, ne riconosciamo la traccia. Nei giorni scorsi è uscito il libro di don Luigi Ciotti: “L’amore non basta”. Racconta incontri vitali e doni ricevuti. Ce n’è uno a cui è molto legato: una piccola Bibbia, versione inglese. «Me l’ha data un pescatore di Lampedusa, - afferma don Luigi - l’avevano trovata su un barcone. Non so nemmeno se il proprietario sia sopravvissuto, so che è stata stampata in Nigeria ed era in una busta di plastica, ma l’acqua di mare l’ha un po’ rovinata. Quella persona ha scelto di portarla durante la traversata. La Parola di Dio era più importante di qualunque altra cosa. Quando vado a celebrare la messa, la metto sull’altare».
Gesù, ancora nel vangelo di oggi, esordisce: “se mi amate”. Non si era mai espresso così. La religione ti dice: “osserva”; la fede invece dice: “ama, amami”. Rivoluzione incredibile anche per le nostre relazioni a volte ingabbiate. Con lui nessun ricatto, nessuna costrizione, in totale libertà.
Metti in sicurezza. Che cosa? Tutto ciò che hai scoperto; tutto ciò che in questo tempo hai temuto di più (la paura è anche una buona insegnante); tutto ciò che hai desiderato di più; tutto ciò che ti potrebbe aiutare di più, da qui in avanti. Metti in sicurezza, da sguardi indiscreti e giudizi umilianti, tutto ciò che è vita e attende di sbocciare e maturare. Metti in sicurezza gli abbracci, quelli di ieri e di domani. C’è un abbraccio travolgente di una madre che rivede sua figlia uscita da un anno e mezzo di prigionia, e una giovane donna che piange affondando il volto sul petto di sua madre.
Qualcuno scrive “avremmo dovuto fermarci lì, sulla soglia di quell’abbraccio tra una madre e una figlia”.
Va messa in sicurezza l’Africa e i tanti popoli di un mondo che è sempre ‘altro’ dal nostro, più in là, distante. A ricordarci che il cuore è un organo che si dilata.
E se provassimo a mettere in sicurezza anche la fragilità? Sì, proprio quella che ci ha reso disarmati e impotenti ma che è tutta nostra, ci appartiene, è il nostro vestito, la nostra pelle, il nostro corpo.
Metterla in sicurezza è ascoltarla, considerala un po’ di più senza nasconderla. E se provassimo a coltivare uno sguardo umano sulla fragilità, nostra e altrui? Coglieremo la precarietà e la preziosità del volto segnato dal male, del corpo ferito, della storia spezzata.
Si può ricomporre un trauma versando l’oro di una riscoperta umanità, l’oro della solidarietà e della presenza discreta e costante, l’oro che ripara ogni ingiustizia, senza fare della fragilità un elogio.
Infine, messa in sicurezza. In questi giorni ci stiamo organizzando per la ripresa delle celebrazioni in chiesa e all’aperto. Una fatica impensata che a tutti chiede pazienza. Faremo tutto senza fretta.
Ma la messa non sarà mai ‘in sicurezza’; ripresenterà i suoi limiti che sono i nostri: stanca e pesante, annoiata e pallida; regalerà anche fasci di luce: stimolante e calorosa, incisiva e compattante.
La messa è un’opera d’arte degli ultimi giorni di Gesù ed esce dalla sua vena creativa. Come capita
a molti artisti: il meglio di sé si regala verso la fine della vita.
La messa è sempre un ‘corpo a corpo’; corpi che entrano in contatto: il suo e il nostro.
Egli guarda il pane e il vino e dice: eccolo là il mio corpo!
Guarda una pagina del suo vangelo, lo sfoglia assieme a noi e dice: eccolo là il mio corpo!
Guarda un gruppo di persone, stanche o felici e dice: eccolo là il mio corpo!
È nella messa, e non solo, che reimpareremo a ‘fare corpo’ tra di noi e con l’intero mondo.

Buona domenica

Don Giovanni e don Pierclaudio

V Domenica di Pasqua

 
 
 L’attesa è ormai frenetica. Almeno per uno dei due. Arriverà o non arriverà? Chi? Quando?
Parliamo di un’auto. Non vi sveliamo modello e colore.
Quest’attesa è leggera e si inserisce spontaneamente dentro ai discorsi seri e alla visione di video
divertenti, mentre condividiamo un pasto.
Tra le tante regole del codice stradale, ce ne sono tre da memorizzare:
guardare lo specchietto retrovisore, dare la precedenza, e, ovviamente, guardare avanti.
Lo specchietto. È importante osservare ciò che arriva da dietro, non solo per evitare lo
scontro. Questo sguardo ci ricorda che io, tu, noi, il nostro presente, la nostra storia arriva da un
passato. Molto di questo tempo vissuto è da ‘tesorizzare’, chiede un investimento. Ma con
un’attenzione perché, ci suggerisce la Bibbia, “le cose di prima sono passate, ne sono nate di nuove”. La
realtà che stai guardando allo specchietto non ti deve trattenere troppo. Lo specchietto retrovisore
è sempre più piccolo rispetto al parabrezza che ti sta di fronte. Sì, più piccolo perché non può
disturbare mentre guardi la strada, perché il passato non può mangiarsi il presente.
Senza alcun dubbio ciò che abbiamo vissuto in questi ultimi mesi ha provocato una frattura. Ogni
frattura produce una piccola morte; ogni strappo nel tessuto apre un passaggio nuovo.
Come ritrovare il ‘prima’ tenendo conto della frattura avvenuta?
Forse ci è sfuggito. Dal giorno di Pasqua abbiamo aperto il libro degli ‘Atti degli apostoli”. Il racconto
di una comunità cristiana nascente, il racconto dell’impossibilità di recuperare il prima.
Si legge in questa domenica: “non è giusto che noi lasciamo da parte la Parola di Dio per servire le mense
(dei poveri)”. Apostoli inquieti vogliono recuperare le prassi di prima. Lo faranno ma non come prima.
E aggiungono: “dunque cercate tra voi sette persone, di buona reputazione, ai quali daremo questo incarico”.
Quando si diventa qualcosa di diverso, quando si ha un’idea nuova, un nuovo pensiero, un sentimento emergente…qualcosa di noi muore e qualcosa di nuovo nasce.
Scrive Rossana Virgili: «Di ogni cosa, ci accorgiamo già, non resterà la forma e le “strutture” attuali.
Il lavoro non sarà più lo stesso e anche le relazioni umane muteranno. Anche la Chiesa cambierà, certamente. Ogni “diluvio” è fonte di trasformazione. Così come di purificazione, di correzione, di rinnovamento…Non credo che sarà più possibile separare le Chiese dalle case o contrapporre il clero ai laici ma solo con–iugarli nell’opera nuova. Non credo che sarà più possibile che solo alcuni abbiano la facoltà di pensare e di decidere e a tutti gli altri spetti di eseguire».
Coniugare ha a che fare con il giogo (cum -iugo). Nella tradizione agricola, il giogo è una trave di legno sagomata, posta sul collo di uno o due buoi, per poter trainare l’aratro o un carro. Inoltre,
questo strumento costringeva gli animali a non andare fuori rotta. La vita non ci ha solo chiamati a portare lo stesso peso, a trainare fardelli ma a dirci che c’è un vincolo: ci apparteniamo e insieme dobbiamo cercare una direzione.
Vale per la sanità, per il lavoro, per la vita sociale; vale per l’ampia gamma delle relazioni; vale per le nostre parrocchie. Questo tempo ci ‘costringe’, stringe insieme, ci lega. Ci ha obbligati al riavvicinamento (anche se distanti) per trovare senso e direzione. Almeno per chi lo desidera e lo vuole.
La precedenza. Chi si mette in auto sa che la deve dare. Non è un atto gentile, un atto di bontà. Appartiene al mondo delle regole consegnateci per saper vivere civilmente. Dare precedenza
chiede di cedere il passo, far passare. Ti rende consapevole che c’è sempre un altro da rispettare, un altro a cui dare attenzione. Ci arriva un suggerimento: bisogna sapersi aspettare a vicenda.
Il motivo? Siamo stati nella stessa barca, un’epidemia ha avvolto e coinvolto tutti.
Sapersi aspettare. Ce lo insegna il vangelo. Vi ricordate dei due nel giorno di Pasqua? Pietro e l’altro discepolo, probabilmente Giovanni. Quest’ultimo, arrivato per primo al sepolcro, aspetta Pietro, il più affaticato e lento. Arrivato, entra. L’altro discepolo non solo aspetta, non solo ricompone la fraternità (erano due), ma dà la precedenza.
Una domanda da farsi: a chi, a che cosa darò precedenza? Sicuramente qualcosa sarà lasciato indietro; qualcos’altro sarà davanti al parabrezza e segnerà il passo, il ritmo, la strada.
Guardare avanti. “Guarda la strada!”; lo dice ancora papà quando, in auto, si siede a destra e coglie segni di distrazione.
Il termine che più spesso sentiamo ripetere in questi giorni è che dobbiamo “ripartire”. Certamente, ma per andare dove? Tornare dove eravamo è impossibile e quindi: quale strada?
Pare di sentire Tommaso, nel vangelo di oggi, abituato ad andare fino in fondo nelle questioni importanti. Lui e i suoi amici sono scioccati dopo aver assistito alla scena di un tradimento mentre cenavano; confusi anche da quel “ancora un poco sono con voi ma non mi potete seguire”. Gesù se ne
accorge: “non sia turbato il vostro cuore”. E poi aggiunge: “io sono la strada”, dopo aver detto, la scorsa domenica, “io sono la porta”. “E se quindi deve essere strada ci deve stare chi ci cammina”, canta Francesco De Gregori. Agli inizi i cristiani venivano chiamati “quelli della strada”. Il film sulla vita di Gesù, avrebbe potuto intitolarsi La strada. Per questa sua passione egli può diventare la nostra passione, la via su cui camminare. Siamo vivi se siamo in cammino. E il viaggio più bello, l’avventura più esaltante è sempre più in là, sempre più avanti!
Guardare avanti significa, soprattutto oggi, andare in profondità. Prima di ripartire occorre che ci chiediamo che cosa abbiamo imparato. Facciamolo subito in famiglia o con una persona amica.
Prima di uscire definitivamente.

Buona domenica!

don Giovanni e don Pierclaudio

la carità non avrà mai fine

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Nemmeno il COVID 19 ha fermato la carità o per meglio dire la Caritas. In questo periodo di quarantena forzata, per tutti difficile e complesso, la solitudine e la malinconia travolgono la nostra vita. Noi volontari ci sentiamo ancora più coinvolti e sentiamo la responsabilità delle persone e delle famiglie che si sono affidate per un conforto e per un sostegno. Camminiamo insieme all’intera comunità nel territorio, sollecitati a trovare soluzioni possibili per raggiungere tutti, per farci prossimo e per ascoltare anche se a distanza il “respiro” di ciascuno, perché ognuno possa ritrovare la serenità nella vita. All’inizio di questa emergenza siamo riusciti a preparare la borsa spesa con la consueta programmazione e consegnarla, cercando di mantenere i contatti per ascoltare le necessità e per far sentire la nostra vicinanza.

In seguito all’aggravarsi della situazione, all’indomani dei provvedimenti del governo si è convenuto di attivare ulteriori iniziative di solidarietà alimentare, grazie alla disponibilità economica del Comune di Vigodarzere, attraverso la collaborazione fra la nostra parrocchia S.Martino, in comunione con le altre del territorio comunale, e la rete del Volontariato a cui fanno capo la Protezione Civile e la Croce Rossa.

Grazie a questo e alla disponibilità di molti sono state preparate altre numerose borse (mettendo anche i generi alimentari raccolti durante l’Avvento). Assieme all’Assistente Sociale è stato messo a punto un elenco di persone svantaggiate bisognose di sostegno già conosciute e altre nuove che in questo tempo di crisi sanitaria ed economica sono precipitate nel bisogno. 

Nelle prossime settimane auspichiamo che continuino le iniziative grazie alla generosa disponibilità di molti e ai singoli cittadini che già dall’inizio si sono resi prossimo per donare aiuti sia economici che materiali.

Maristella Fante, Centro di Ascolto Caritas

 

… il sottotitolo ideale di questa diversa impostazione del Bollettino Parrocchiale di Pasqua potrebbe proprio essere il versetto della lettera di Paolo ai Corinzi «la carità non avrà mai fine» e, non a caso abbiamo scelto una frase attribuita a san Giuseppe Moscati, medico napoletano canonizzato da Giovanni Paolo II nel 1987 e da tutti riconosciuto come “medico dei poveri”: medici e i poveri stanno caratterizzando questo tempo di pandemia.

Il protocollo di intesa siglato ha permesso e permetterà anche nei prossimi giorni di segnalare al Comune le persone che sono nella necessità e nel diritto ad ottenere i buoni

spesa; Presso alcune attività commerciali del territorio ci sarà un “carrello solidale”  che alimenterà un deposito di beni di prima necessità. Alcuni volontari prepareranno in sicurezza quanto servirà alle famiglie del nostro territorio. 

È un tempo difficile. Il numero delle famiglie che ha usufruito di un aiuto è triplicato in brevissimo tempo; la Parrocchia interviene come può e dove può; la retta mensile alle famiglie che hanno i figli che frequentano la scuola dell’infanzia è stata ridotta dell’80% per i mesi di marzo e aprile; ai lavoratori della scuola è stata anticipata e integrata la cassa integrazione in modo che non subiscano né ritardi né riduzione dello stipendio.

È questa la priorità della nostra comunità: far correre la solidarietà più velocemente (o almeno allo stesso passo) del “virus”. Per farlo sono state messe in secondo piano tutte le spese che comunque continuano ad esserci: il riscaldamento e i servizi della canonica, l’elettricità che alimenta le strutture del centro parrocchiale (si pensi solo ai frigoriferi), le scadenze fiscali e dei servizi che pur se posticipate, devono e dovranno essere saldate.

La Parrocchia vive delle offerte della propria comunità, di chi si sente parte di questa famiglia. Grazie quindi a chi vorrà contribuire, anche con poco, a farci sentire vicini e uniti.

 

IBAN IT 94 E 03069 63099 100000 001099 intestato a PARROCCHIA S. MARTINO

Vi raccomandiamo di indicare la causale del contributo: 

- sostegno solidale;

- sostegno Parrocchia.

 

 

IV Domenica di Pasqua

 
Un caro saluto a te, in un giorno speciale che si apre alla gratitudine!
“Com’è andata in questi due ultimi mesi?”. Inizia con una domanda il dialogo, in una serie tv su Netflix, tra uno psicoterapeuta e il giovane Jonas, segnato da un trauma doloroso, mentre stanno camminando in un bosco.
Due mesi, più o meno, è il tempo in cui tutti, veramente tutti, ci troviamo coinvolti nello stesso evento, con variabili personali e familiari. Come l’abbiamo vissuto?
Il monte ha almeno due versanti, il fiume due rive, la moneta ha due facce.
C’è IL punto di vista e poi ce n’è UN altro.
IL è spesso monotematico, categorico, a volte comprensibilmente provato e addolorato.
UN invece è…cospiratore. Cospirazione, una bella parola dalle origini dimenticate. Cospirare,ovvero co-inspirare, respirare con qualcuno, insieme. Cospiratori sono gli studenti e il prof, protagonisti del film “l’attimo fuggente”. Cospiratori siamo noi perché abbiamo imparato a respirare insieme proprio quando, per molta gente, il respiro è venuto meno.
IL dice: “non ci voleva il virus”. Conosciamo bene la sua lista nera che viene spesso aggiornata.
UN è più silenzioso e lascia che siano due donne a parlare; appaiono come i due angeli all’imbocco del sepolcro nel mattino di Pasqua: “Ci dovevamo fermare” e sono le parole di Mariangela Gualtieri.
“Perle sulla punta degli spini, perle sulla punta degli spini” e appartengono ad Adriana Zarri. Quando le pronuncia al termine di un lungo monologo, Lella Costa, bravissima attrice di teatro, ha lavoce che rallenta e si incrina, commuovendosi.
Spini e perle. “Stare sulle spine” è la postura acquisita da moltissime persone.
Ma possiamo mettere perle sulla punta degli spini? Lo possiamo perché abbiamo acconsentito.
Acconsentire è un altro bellissimo verbo: significa sentire insieme la realtà, concedere l’ingresso di qualcosa o di qualcuno perché diventerà parte della nostra vita.
Abbiamo acconsentito alla permanenza del virus, non senza paura e disorientamento.
E, inconsapevolmente, si è portato dietro una serie di piccole e grandi novità, una lunga fila.
Proviamo a ripercorrerla. Insieme.
Ci volevano questi due mesi per assaporare la mancanza. Mancarsi è già un appartenersi.
Ci volevano per farci accorgere del sorriso dentro le case e dietro le mascherine.
Ci volevano per scoprire che essenziale non fa a pugni con infelice, piuttosto con capriccioso.
Ci volevano per toccare con mano una forza interiore che ha retto questo peso.
Ci volevano per farci aprire gli occhi su certi legami: rivalutare persone che non avremmo mai pensato di sentire e capire chi ha il telefono guasto che può solo ricevere.
Ci volevano per farci capire l’importanza di un bacio, di un abbraccio, di una stretta di mano, di un caffè.
Ci volevano per farci accorgere come siamo asfissianti con le nostre pretese e le nostre lamentele, mentre anche solo un metro di distanza svela la preziosità di chi ti è “accanto”.
Ci volevano per farci vedere lo sgretolamento di tante cose che eravamo convinti essere indispensabili e invece siamo riusciti a farne a meno.
Ci volevano per farci capire il dono della solidarietà quotidiana a misura di un pianerottolo, della porta accanto, della telefonata.
Ci volevano per saper interpretare i segnali della paura e imparare a diventare liberi.
Ci volevano per farci risentire la sensibilità al dolore ma a quello degli altri.
Ci volevano per farci capire che è bello stare in tuta, che si lavora per vivere e non si vive per lavorare.
Ci volevano per sentirci dire da papa Francesco: ”siamo tutti sulla stessa barca”; una barca fragile e instabile ma che ci fa restare umani.
Ci volevano per permettere alla natura di riprendersi il suo sorriso: le acque e il cielo sono ritornati più limpidi, il canto degli uccelli meno pauroso, i fili d’erba e i fiori hanno vinto l’asfalto.
Ci volevano per riprendere in mano un libro, uno strumento musicale, una piccola passione piuttosto che andare al centro commerciale.
Ci volevano per conoscere che ci sono i morti che qualcuno piange e quelli che nessuno piange.
Ci volevano per riascoltare “sogna, ragazzo sogna” di Vecchioni e “credere che la vita è così forte che attraversa i muri per farsi vedere”.
Ci volevano per buttar fuori un ‘grazie’ così difficile da pronunciare.
Ci volevano per capire che è bene lavarsi spesso le mani ma anche informarsi senza esagerare.
Ci volevano per restare seduti attorno ad una tavola e condividere parole mai pronunciate prima.
Ci volevano per vivere nelle nostre case quello che di solito si fa in chiesa e costruire angoli belli.
Ci volevano per riconoscere Gesù di Nazaret, il sogno più grande di Dio trasformato in un corpo. Egli fa parlare il punto di vista del Padre con un altro punto di vista: il nostro.
Nel vangelo odierno afferma di essere una porta: porta aperta all’incontro, collegamento tra il fuori e il dentro di questi giorni; breccia nei muri, accesso alla parte più intima di noi.
È anche un pastore. Lo abbiamo sempre definito ‘buono’, buon pastore. Ma è soprattutto bello.
Bello perché amico e sorridente.
È bello da vedere, bello da incontrare, bello da avvicinare, bello da seguire…bello da morire!

Buona domenica.
 
Don Giovanni e don Pierclaudio

SENTINELLA, QUANTO MANCA AL GIORNO?

Due immagini. La prima. “Quanto manca ancora?”. La piccina è davanti alla tv mentre guarda un cartoon, non annoiata ma è pensierosa. La mamma: “quanto manca…che cosa?”. “Non capisci?” reagisce la bimba. Silenzio. E la mamma capisce, ma non ha una risposta. La seconda: «Sentinella, quanto resta della notte?» (Is 21,11). In una notte silenziosa, il profeta Isaia coglie questa voce, rabbiosa o animata dalla fede, rivolta ad una vedetta. La voce della sentinella quasi fosse la voce stessa di Dio risponde: “alla notte segue sempre il mattino, ma io veglio sempre, perciò insistete, ridomandate, tornate ancora, ogni volta che lo vorrete, non vi stancate…”. Isaia fa capire che la risposta sta proprio nel continuare a sentire quella voce, fino a quando domanda e risposta divengono tutt’uno. Quanto ancora? Per quanto tempo resteremo chiusi dentro l’emergenza, quanto tempo ci vorrà per uscirne? “Uffa! Non ce la faccio più. Non è giusto!”. Diamo i primi segni di cedimento. Come uscirne? Simone Cristicchi interpella la natura e canta: Lo chiederemo agli alberi/Come restare immobili/ Fra temporali e fulmini/Invincibili Risponderanno gli alberi/Che le radici sono qui/E i loro rami danzano/All'unisono verso un cielo blu Se d'autunno le foglie cadono/E d'inverno i germogli gelano/Come sempre, la primavera arriverà Se un dolore ti sembra inutile/E non riesci a fermar le lacrime/ Già domani un bacio di sole le asciugherà. La natura, bistrattata, è esperta del ricominciare. “Quanto ancora?” Ancora. Un avverbio di tempo che ci dice la fatica di stare dentro una situazione duratura, che non ti dà un termine, che ti fa stare sospeso/a. Quanto ancora? E non c’è termine, non si atterra più sulla pista di un prima (normale?). Non c’è orizzonte sicuro su cui attraccare lo sguardo e poi il corpo. Ma c’è anche il rovescio. “Ancora, ancora”. Sono i bimbi i quali, seppur chiusi in casa, ti chiedono di giocare fino allo sfinimento. ‘Ancora’ (con l’accento sulla “o”) è soprattutto un incoraggiamento a non desistere, a non subire il rischio di mollare, a non girare lo sguardo da un’altra parte. ‘Ancora’ è un moto interiore, è la gioia di godere di tutto ciò che ti sta nutrendo in questi giorni. Ancora: questo silenzio abitato e non solo rumoroso; la ricerca di una parola pensata e poi offerta all’altro; la parola di Dio, e ne basta poca, che ti nutre; una vicinanza sincera anche se a distanza; la possibilità di ascoltare e accompagnare la solitudine di qualcuno; la risata mentre sei dall’altra parte del telefono; la pasta fatta in casa; la lettura di un libro dimenticato. Ancora: per non abituarci al metro di distanza, all’astensione dagli abbracci. Un abbraccio lo mandiamo a don Antonio Bortoli. Due notti fa ha lasciato questa terra, a 89 anni. E’ il parroco di uno di noi due (don Giovanni). Nel 1979, guarda negli occhi il ragazzino e vede qualcosa e lo invita ad entrate in seminario. Lo spinge a seguire questo Dio perché lo conosceva: «A questo Dio noi non temiamo di chiedere aiuto nelle tristezze della nostra vita: a questo Dio che vive dentro la nostra esperienza non esitiamo di confessare la nostra fragilità e di confidare i nostri problemi. A questo Dio della speranza, della gioia, dell’accoglienza e dell’amicizia si apre la nostra fede... È il Dio che non si infastidisce se per anni gli passi accanto senza badare alla sua presenza. Egli sa attendere il tuo interesse per lui, la tua curiosità, la tua fame di verità e di giustizia, il tuo bisogno di amicizia e di amore». E’ il tempo della porta stretta, della strettoia. Cosa ti rimarrà in mano dopo averla attraversata? Quello che troverai saranno le uniche cose che contano per vivere! Un saluto caro e buona domenica! Don Giovanni e don Pierclaudio